Valorizzare i clienti? Raccogli i dati, non comprarli!

A chi non capita di trovare la propria casella di posta elettronica intasata di mail e newsletter promozionali non richieste (e spesso non gradite)? Che si tratti di servizi a cui ci siamo iscritti di nostra iniziativa nel corso degli anni o di mailing list in cui siamo stati inseriti a nostra insaputa tramite escamotage più o meno leciti delle aziende, la reazione istintiva è tipicamente di fastidio: tutta quella posta indesiderata che aggira i filtri spam crea solo confusione, oltre a farci perdere tempo in noiose attività di “pulizia”.

Insomma, se l’intento di chi invia tutti questi contenuti non mirati è quello di attirare l’attenzione di potenziali clienti, l’obiettivo sembra tutt’altro che raggiunto. 

Del resto, chi è dall’altra parte della barricata – ovvero aziende e provider dei servizi più disparati – è perfettamente consapevole di quanto sia difficile fare la differenza, catturando la fragile attenzione di utenti costantemente bombardati da una miriade di iniziative promozionali.

Se poi si tratta di promuovere prodotti finanziari, la questione si complica ulteriormente. I prodotti finanziari e assicurativi appaiono infatti standardizzati e tipicamente noiosi agli occhi degli utenti – è difficile catturare l’immaginazione con una polizza assicurativa o solleticare l’emotività offrendo un fondo di investimento. Insomma, troppo spesso lo storytelling che supporta le campagne pubblicitarie di questi strumenti finisce per essere “emozionante” come una visita odontoiatrica  a ferragosto.

 

Non tutti i dati sono uguali

Stando a un’indagine condotta dalla società Yes Marketing, la ricetta giusta indicata da oltre la metà degli intervistati (52%) è riuscire a personalizzare di più i messaggi, calibrandoli sulle effettive esigenze di clienti e prospects, e possibilmente evitare di “sparare nel mucchio”.

Più facile a dirsi che a farsi, è vero. C’è da dire che oggi le aziende sono agevolate dall’evoluzione tecnologica che, negli ultimi anni, ha reso disponibile una mole di dati mai vista prima. Nell’era dei big data, le informazioni abbondano: tutto sta nel riuscire a organizzarle, decodificarle e aggregarle. Gli esperti di marketing dividono i dati sui consumatori in quattro categorie:

  1. I dati a km zero sono quei dati raccolti alla fonte attraverso questionari, interviste, form di qualsiasi genere. In questo modo i consumatori condividono direttamente con le aziende interessi, abitudini, obiettivi;
  2. I dati di prima parte sono dati raccolti dall’azienda stessa che raccontano qualcosa dei consumatori, per esempio analizzando lo storico delle transazioni, i dati di traffico, i tassi di apertura delle newsletter o gli accessi al sito;
  3. I dati di seconda parte sono dati raccolti e di proprietà di una società terza che li condivide con l’azienda interessata. Nel concreto: i dati di una pagina Facebook sono di proprietà di Facebook, ma vengono condivisi con l’azienda e, volendo, riconciliati ai dati di prima parte attraverso un sistema di CRM.
  4. I dati di terza parte sono quei dati acquistati dall’azienda per scopi precisi da società esterne che non hanno nessuna relazione diretta con i clienti dell’azienda che li compra.

 

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Come diventare quindi rilevanti?

 

La soluzione di Virtual B

Virtual B lavora da anni nel settore finanziario, a stretto contatto con i dati e la loro analisi. Dalla nostra esperienza sono nate numerose soluzioni in grado di generare valore e di risolvere problemi per gli intermediari finanziari e assicurativi.

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