La promessa (per ora mancata) dell’Open Banking e il salvagente del Data Enrichment

E’ tempo di personalizzare i servizi finanziari, perché i clienti lo vogliono (e lo meritano)

Sembra un gioco di parole, ma la maggior parte delle persone considera la propria vita finanziaria un affare personale e desidererebbe una maggiore personalizzazione dei servizi finanziari per raggiungere, in un ambito così importante della vita i propri obiettivi di benessere. Sfortunatamente nell’interazione con banche e assicurazioni il consumatore si scontra con un monolite di servizi standardizzati e poco comprensibili che generano insoddisfazione.

In realtà, nonostante i progressi compiuti dalla personalizzazione in altri settori, i dati mostrano che le società finanziarie non sono all’altezza. Il 94% delle banche e dei fornitori di servizi finanziari ha ammesso nel Digital Banking Report di quest’anno di non essere ancora in grado di mantenere la “promessa di personalizzazione”.

Il problema è che la personalizzazione non si può acquistare; può essere costruita solo attraverso i dati. Non ci sono scorciatoie, per rimanere rilevanti nei servizi finanziari l’utilizzo dei dati e dei servizi di data analytics è imprescindibile.

Purtroppo, non esistono soluzioni davvero “plug and play” nella data science, banche e assicurazioni per diventare data-driven e offrire un servizio davvero personalizzato ai consumatori, in stile Netflix o Amazon non possono limitarsi a fare esperimenti “perché è di moda” ma devono affrontare importanti investimenti e processi di cambiamento che impattano la struttura organizzativa e i processi, e che devono essere garantiti da una forte leadership.

 

Le promesse dell’open banking: una bonanza di dati per per rivoluzionare i servizi finanziari retail.

I regulator hanno dato una “spinta” al cambiamento di modus operandi delle bache con la PSD2 che impone alle banche di aprire a terze parti autorizzate, previa autorizzazione dei clienti, le “porte” dei conti e dei dati in loro possesso, utilizzando soluzioni tecnologiche come le API per interfacciarsi tra loro.

Si concretizza così il concetto di Open Banking: l’ingresso nell’ecosistema dei pagamenti di nuovi soggetti, chiamati Third Party Payment Service Provider (o TPP), consentirà la nascita di nuovi servizi e prodotti innovativi e user-centered. La promessa è che grazie all’Open Banking potremo avere a disposizione app e dashboard che ci consentiranno di gestire conti correnti diversi in un’unica interfaccia di semplice utilizzo.

 

Un bagno di realtà: non siamo pronti a condividere i nostri dati bancari

Questa picture così rosea purtroppo si scontra con una realtà ben diversa. Anche in UK, paese che per primo ha implementato la PSD2 dal gennaio 2018 ed è il paese più avanzato nell’open banking, i risultati sono deludenti, a fine settembre 2020 gli utenti di servizi basati sull’Open Banking sono appena 2 milioni tra imprese e privati.

E sapete qual è il problema? E’ che i consumatori che devono prestare il consenso per condividere i loro dati, in generale non lo danno. Secondo alcune stime le percentuali non vanno oltre il 10-15% per il saldo del conto e sono ancora inferiori per i movimenti. Il consumatore non si fida a condividere i dati con la sua banca, figuriamoci con qualche sconosciuta fintech, e certamente non ha ben compreso i benefici derivanti da questo scambio.

E’ un problema culturale, la fiducia e un rapporto trasparente non si creano in pochi mesi, e la scarsa educazione e l’opacità che spesso caratterizzano il rapporto dei consumatori di servizi finanziari con i loro provider non facilitano le cose. A fornire i dati a Netflix per avere suggerimenti personalizzati sulle serie più cool si rischia meno, e si ottiene un vantaggio più divertente e subito comprensibile, no?

Cosa vuol dire servizi finanziari personalizzati, che starò meglio? Riuscirò a pagare il mutuo? O che mille fornitori proveranno ad appiopparmi servizi che non capisco?

La condivisione dei dati e l’apertura a servizi innovativi non può che giovare ai consumatori, ma ci vorrà tanto tempo e tanto sforzo di educazione e trasparenza soprattutto sul tema della sicurezza.

 

I dati finanziari non sono tutti uguali e spesso sono di pessima qualità 

La verità è che i dati in possesso di banche e assicurazioni spesso sono di bassa qualità e incompleti. A noi in VirtualB è capitato un caso reale relativo a un’istituzione finanziaria che ci ha chiesto di analizzare i bisogni dei propri clienti e comprenderne le propensioni, dove su circa 4 milioni di dati i dati buoni erano il 4%, quelli problematici che abbiamo dovuto “trattare” il 35%, e il restante 61% erano dati inutilizzabili.

 

Cosa fare in questi casi?

Spesso pulire i dati e comprenderne le stranezze e le sfumature costituisce la maggior parte lavoro di un data scientist. Le informazioni di profilazione del cliente sono particolarmente soggette a informazioni mancanti, soprattutto quando i dati vengono acquisiti in formato di testo libero. Ed è proprio la profilazione dei clienti quella che fornisce i dati più “pesanti” e informativi, assai più di pochi like su Facebook o di qualche informazione duuante scarpe compriamo al mese estrapolabili dai movimenti bancari.

L’acquisto dei cosiddetti dati di “terza parte” è stata una scorciatoia molto utilizzata dalle banche per ovviare ai problemi riguardanti la qualità dei dati disponibili o la disponibilità degli stessi nella struttura organizzativa , ma purtroppo la GDPR ha reso questo sistema poco utilizzabile e rischioso.

Non resta che rimboccarsi le maniche e darsi da fare, raccogliere nuovi dati o utilizzare tecniche di data enrichment.

 

Il data enrichment finanziario: più pixel dei clienti

Il data enrichment finanziario è un servizio di profilazione avanzata, che da poche informazioni di partenza consente di restituire una profilazione globale dei singoli clienti. L’obiettivo: da un’immagine sfocata con pochi pixel, mettere a fuoco l’immagine del cliente finanziario per capirne i bisogni, desideri e caratteristiche e servirlo meglio e in modo più contestuale.

Il tool di data enrichment che abbiamo messo a punto consente di arricchire il profilo di uno user che si contraddistingue per pochissimi dati (tipicamente quelli di una scheda anagrafica base: età, genere, città di residenza, professione, titolo di studio) con metriche finanziarie che consentono azioni di marketing e commerciali mirate nei suoi confronti.

Anche partendo da nessuna informazione di natura finanziaria o patrimoniale e da pochi dati è possibile costruire un “DNA Finanziario” completo dei clienti, arrivando a definire metriche quali bisogni e obiettivi finanziari/assicurativi/bancari, o stime probabilistiche dell’educazione finanziaria, della propensione digitale, alla sostenibilità, fino alla situazione economica e patrimoniale, esposizione a rischi specifici (es. geosismici).

Il data enrichment avviene utilizzando come input i pochi dati chiave disponibili di un profilo di utente incompleto. Essi vengono associati ad un particolare DNA Finanziario ricercando quello più simile sulla base della sua probabilità condizionata (calcolata via Machine Learning) – in sostanza, un criterio di prossimità.

In tal modo è possibile arricchire tale profilo in modo probabilistico, associando ad esso la distribuzione di probabilità delle variabili del profilo corrispondente e rispettando tutte le regole di tutela dei dati personali.

 

La soluzione di Virtual B

Virtual B lavora da anni nel settore finanziario, a stretto contatto con i dati e la loro analisi. Dalla nostra esperienza sono nate numerose soluzioni in grado di generare valore e di risolvere problemi per gli intermediari finanziari e assicurativi.

Se il tema ti incuriosisce, contattaci per una demo esplicativa al link sottostante e scopri come applicare le logiche del Data Enrichment ai tuoi processi aziendali.

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